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La Ginestra

La ginestra.

 

In passato a Verbicaro la donna, si occupava principalmente della casa, di preparare il pane, ma la si trovava ovunque: negli orti, nelle vigne, nei campi di grano, negli uliveti, nelle colline per raccogliere la ginestra e dedicarsi alla sua lavorazione.

I suoi rami sono serviti, fin dai tempi antichi, a legare i tralci delle viti e a fare lavori di intreccio. Sottoposti a un lungo processo di lavorazione forniscono fibre tessili adatte alla fabbricazione di corde, spaghi e tessuti che, per qualità e bellezza, rivaleggiano con quelli ottenuti con fibre di canapa, cotone, lana e lino.

La ginestra è un bellissimo fiore che cresce nei terreni più impervi, aridi e sabbiosi. È una pianta tipica dell’area del Mediterraneo ed è amante del sole. In Italia vi sono 20 specie di Ginestra. Le più noti ed interessanti sono la La Ginestra di Spagna o odorosa e la Ginestra dei carbonai. La ginestra odorosa (Spartium Junceum) è la più resistente ed è quella che fornisce fibre di migliore qualità. Il nome deriva dal greco spartos=corda, in dialetto (u spartu). I verbicaresi, come del resto la maggior parte dei calabresi, impararono a lavorarla per ricavarne una fibra robusta, più grossolana, come lo spago, con la quale si potevano realizzare al telaio dei teli, a loro volta trasformati in coperte, strofinacci, asciugamani e anche indumenti.

Veniva utilizzata in sostituzione del lino e della canapa che, pur essendo lavorate fino agli anni '50 del Novecento, erano considerate materie nobili che potevano permettersi i più benestanti. La Ginestra invece che abbondava sul nostro territorio era alla portata di tutti e garantiva la tessitura di capi d'abbigliamento e di biancheria.

Per la ginestra vi era un lungo processo di lavorazione. Le varie fasi erano: Raccolta – Bollitura – Macerazione – Scorticatura – Battitura – Sfibratura – Cardatura – Filatura e Tessitura.

Bisognava capire quando era il momento opportuno per raccogliere gli arbusti che non dovevano essere troppo secchi, ma nemmeno troppo verdi. Si raccoglieva dopo sfiorita e una volta raccolta si legava con i rametti stessi creando delle fascine. Per ottenere la fibra di buona qualità, la raccolta doveva essere fatta da fine luglio all'inizio di Settembre. Nei periodi estivi si raccoglievano i mazzi di ginestra che poi venivano ammorbiditi nell'acqua per renderla più malleabile per la sua lavorazione. I fasci di ginestra venivano messi a bollire in una pentola (cavudara) con acqua e cenere per intenerire le parti più dure e rigirati spesso per favorirne la cottura omogenea. Quando cambiava colore era pronta per essere tolta; veniva fatta una buca nel greto del fiume contornata di pietre e veniva messa là dentro, con alcune pietre sopra per evitare che l'acqua la trascinasse con sé. Bisognava controllarla spesso perchè potevano togliere le pietre per dispetto per farla portare via dalla corrente oppure potevano rubarla. La raccolta della ginestra era un lavoro molto faticoso e a volte anche pericoloso. Bisognava andare la mattina presto, al buio, prima dell'alba per raggiungere i posti di maggiore altitudine. A volte la ginestra si trovava su alture, abbarbicata ai fianchi scoscesi di dirupi in cui bisognava sporgersi, rimanendo sospesi a mezzo busto, per riuscire a raccoglierla. Trovare dei mazzetti di ginestra già raccolta e cotta faceva gola a molti. Doveva rimanere nell'acqua finchè la corteccia non fosse stata pronta per essere lavorata, circa otto giorni. Passati gli otto giorni la ginestra risultava morbida, malleabile e sbiancata ma ancora vischiosa. Quindi, veniva tolta dall'acqua e strofinata sulla sabbia fino a sfilacciarla tutta. Questa era la fase della “scorciatura”: gli steli venivano cosparsi di sabbia fine del fiume e bisognava strofinarli per separare la fibra esterna da quella interna. Vi era poi la “Sfibratura” pochi steli alla volta venivano serrati fra le dita e strappati con decisione in modo da togliere la parte esterna. Poi veniva messa a mazzetti di nuovo nell'acqua per lavarli e poi al sole per asciugarsi. Dopo venivano percossi con una pietra o con una mazza di legno (mangano), questa operazione era intervallata da ripetuti sciacqui e strizzature per sbiancarla e infine veniva messa al sole. Si otteneva così la “stuppa”, molto grossolana che veniva usata per fare grossi cordoni. Per ottenere fibre per gli usi tessili, si continuava il ciclo di lavorazione. Si procedeva così alla cardatura con un “pettine” realizzato con una tavola di legno e chiodi e serviva per ripulire la fibra da eventuali residui legnosi, rendendola pronta per la filatura. La ginestra cardata poi veniva selezionata e divisa in due parti: con quella più raffinata e sottile venivano realizzati i capi più belli e la biancheria da corredo; quella più grossolana e ruvida, meno pregiata, veniva utilizzata per confezionare coperte, sacchi. A questo punto, con l’aiuto del fuso e della conocchia, la fibra veniva raccolta in unico filo.  Poi passando il filo all’arcolaio, si ottenevano le matasse che venivano messe in acqua e cenere. La fibra bianca per la biancheria, l'altra veniva tinta, prendendo il necessario dalla natura: erbe, fiori di ginestra, cortecce di alberi, foglie, radici, rame e aceto, acini d'uva...

 

Dopo essere stata raccolta in matasse, la ginestra era pronta per essere tessuta al telaio per farne lenzuola, strofinacci, tovaglie da tavola, sacchi per il pane e la farina, oppure lavorata ai ferri.

 

Impiegata fin dall'antichità come pianta da fibra, veniva usata per la produzione di corde e manufatti vari.

In tempi più recenti, il momento di maggiore attenzione verso la ginestra risale alla seconda guerra mondiale, epoca in cui vi era scarsa disponibilità di piante da fibra alternative.

 

La ginestra, celebrata nelle poesie di Leopardi e D'Annunzio, a Verbicaro, ancora oggi come in passato, viene raccolta per la festa del Corpus Domini; si raccolgono i fiori, di colore giallo oro che vengono portati dai bambini nei cestini e gettati durante la processione ed utilizzati per creare tappeti colorati insieme a petali di rose, davanti agli altarini lungo il percorso della processione.

 

Anche la fibra del lino e della canapa si ricavava da un processo simile a quello della ginestra.

 

 realizzati al telaio

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