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Baco da seta

In costruzione 

 Il baco da seta

 

Un'aura di leggenda avvolge la scoperta della seta e la sua diffusione, dall'Estremo Oriente all'Europa. La leggenda cinese parla di un'Imperatrice che notò dei bozzoli sui rami di alcuni alberi di gelso nei giardini imperiali, uno dei quali cadde accidentalmente nel suo tè. Quando tentò di recuperarlo, si accorse che esso si era allentato in un lungo filamento; Un'altra leggenda racconta che una principessa cinese andata in sposa ad un principe indiano, aveva nascosto alcuni semi di gelso e le uova di baco da seta nel suo copricapo (o nei capelli), così nel suo nuovo paese, lei avrebbe potuto continuare a produrre la seta per i suoi vestiti; Altre leggende parlano dei monaci che portarono i segreti della seta a Bisanzio: due monaci orientali, inviati da Giustiniano in Cina per apprendervi i segreti dell’arte della seta, se ne ritornarono recando con sé, nascosti nei loro bastoni, alcuni bozzoli. È probabile che per la Calabria, fin dal lontano Medioevo, si sia aperta la lunga avventura dell’arte della seta, che avrebbe portato questa regione alla ribalta della notorietà internazionale. Lo sviluppo della gelsicoltura ebbe inizio con l’introduzione del gelso bianco da parte dei Bizantini che lo portarono in Calabria; prima di allora si conosceva solo il gelso nero poco adatto all’allevamento dei bachi. Le conoscenze seriche furono introdotte in Calabria dai Bizantini importandole dall'Oriente, per perfezionarsi poi con i Saraceni e trasformarsi nella nobile arte della Seta nel periodo Normanno e Svevo e questo grazie anche alla colonia ebraica.

 

Dal XII secolo l'Italia fu la maggior produttrice europea di seta, primato che le venne conteso dalla zona di Lione in Francia nel XVII secolo. L'allevamento dei bachi fu un importante reddito di supporto all'economia agricola e la produzione e commercio di tessuti, assieme a quella della lana, un'industria molto redditizia.

 

La sua diffusione in Italia, e più precisamente in Sicilia, sarebbe avvenuta attorno all'anno mille durante il regno di Ruggero II e da quel momento si sarebbe sviluppata in tutta la penisola l'attività di produzione serica. La bachicoltura, quindi, in Italia, nacque circa 1000 anni fa e in breve all’attività di allevamento e produzione di bozzoli si associarono altre attività correlate, quali la produzione dei semi bachi, l’industria della filatura e quella della tessitura.

 

In Italia la coltivazione del baco da seta si diffuse soprattutto nel Sud per le condizioni climatiche favorevoli. Alla fine del 1500 buona parte del territorio calabrese era coltivato a gelso bianco che era l'albero le cui foglie davano nutrimento ai bachi. Questa attività dava guadagni ai proprietari terrieri, ai contadini, agli allevatori dei bachi, alle filande ed ai mercanti e pian piano si estese a tutta l'Italia. Ciò avvenne nello spazio di circa mille anni, dal IX secolo alla fine del XIX. La maggior parte della seta grezza prodotta veniva esportata fuori regione ma un'altra parte veniva lavorata in Calabria.

 

L'ultimo periodo di (relativo) splendore per la Calabria fu quello compreso fra il '500 e la prima metà del '600, grazie anche alla produzione di seta grezza. Verso il 1050 la Calabria contava circa 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie. Dalle scritture contabili di molti documenti cinquecenteschi di setaioli fiorentini risulta che acquistavano seta proveniente dalla Calabria tanto che verso la fine del secolo pare che la seta calabrese lavorata a Firenze superasse quella proveniente dalle altre regioni.

 

Nel 1790 a Villa San Giovanni  vi era una filanda che produceva tessuti di ottima fattura. Nel 1863 in tutta la Calabria si contavano 120 filande.

Dopo l'unità d'Italia, l'attività entrò in crisi a seguito della concorrenza straniera: le estese piantagioni di gelso furono sostituite da agrumeti e la lavorazione si ridusse a livello familiare.

 

 

 

Negli anni '20 in Calabria, a Cosenza, vi era l'Istituto Bacologico per la Calabria, che si occupava dell'intero territorio regionale pur avendo sede in Cosenza. Dapprima Istituto Bacologico di Cosenza, istituito nel 1873, fu trasformato in Istituto Bacologico per la Calabria che a partire dal 1911 fu diretto da Luigi Casella. L'Istituto calabrese faceva capo all'Ente Nazionale Serico e si occupava di diffondere la sericoltura nella regione, facendo propaganda e distribuendo in alcuni casi semi e strumenti ai bachicoltori.  L'incentivo della coltivazione dei gelsi era uno degli obiettivi di questo istituto.

 

La produzione di bozzoli in Italia cominciò a declinare nel periodo tra le due guerre mondiali fino a scomparire dopo l'ultima, a causa di due fattori: la produzione di fibre sintetiche e il cambiamento dell'organizzazione agricola, dove l'allevamento dei bachi era affidato ai singoli contadini e mezzadri soprattutto alle donne e ai bambini. La decadenza della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio vessatorio che il governo aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni progresso.

La maggior parte della seta prodotta in Calabria abbandonava la Regione nella forma di matasse. Era sottoposta al pagamento di una gabella imposta dal governo napoletano e appaltata a grandi famiglie.

Al principe di Bisignano, Geronimo Sanseverino, fu venduta per 18.000 ducati dal re Ferdinando I, nel 1483, la gabella della seta col nome di Seta di Calabria.

Col passare del tempo, la Calabria si trasformò da produttrice di materiale pregiato in un grande mercato di prodotto grezzo che veniva di seguito smistato e lavorato nelle fabbriche genovesi e fiorentine. 

 

 

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Il baco da seta (Bombix mori – bombice del gelso) ha una vita molto breve: dura soltanto 45 giorni. I bachi da seta nascono da uova piccolissime. Durante il periodo invernale, quando il gelso è in fase di riposo vegetativo, l'embrione del baco da seta si trova all'interno dell'uovo in uno stato di letargo invernale. Le uova (dette semenza) si schiudono tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, quando le foglie sugli alberi si sono completamente formate. La schiusa avviene dopo circa 18 giorni. Alla schiusa i semi imbiancano e nascono le larve, lunghe circa 3 mm.


 

Il ciclo vitale delle larve si completa passando attraverso 5 età larvali separate da quattro momenti di muta (dormite). Si chiama eta' il periodo durante il quale la larva mangia giorno e notte; la muta invece e' il periodo in cui la larva, immobile rinnova il rivestimento dei vari tessuti per potersi ingrossare ulteriormente. Ogni 5 giorni il baco dorme per un giorno intero ed e' proprio in questo giorno che muta la pelle. Dopo l'ultima rifiuta completamente il cibo.

Queste età sono divise in due fasi:

1)L’età giovane del baco(1°-3°età)

2)L’età adulta del baco(4°e 5°età)

 

Si sviluppa attraverso quattro mute (cambi di pelle) fino alla costruzione del bozzolo: La prima età larvale (una settimana circa) La seconda età larvale (una settimana circa) La terza età larvale (cinque giorni circa) La quarta età larvale (cinque giorni circa) La quinta età larvale (quattro giorni circa)

Salita al bosco al completamento del bozzolo serico.

 

Nell’età giovane il baco è fragile e le foglie di gelso gli vengono somministrate in piccole dosi, soffre anche gli sbalzi di temperatura. Nell’età adulta il baco è già grosso e mangia le foglie di gelso direttamente dai rami. Terminata la fase di nutrizione, dopo circa 28 giorni dalla schiusa delle uova, le larve “salgono al bosco” ovvero iniziano a costruire il bozzolo dentro cui compiono la metamorfosi. E' questo il momento per il bachicoltore di preparare il "bosco", cioè dei rametti secchi . Il baco da seta, nutrito con foglie di gelso, emette una bava sottilissima (che può arrivare alla lunghezza di 1500 metri) prodotta dalle ghiandole poste ai lati della bocca, con cui si avvolge formando il bozzolo. Impiega tre o quattro giorni per preparare il bozzolo. Ultimato il bozzolo, nel suo interno, il baco cade in letargo e si trasforma in crisalide e poi in farfalla pronta ad uscire ad accoppiarsi e a deporre altre uova.  A questo punto, bisogna intervenire per impedire alla farfalla di uscire dal bozzolo. Trascorsi dieci giorni il bozzolo di seta sarà completato.

 

 

 

 

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A Verbicaro molte famiglie coltivavano il baco da seta. Nel Dizionario geografico istorico-fisico del Regno di Napoli – scritto dall'abate Don Francesco Sacco – Libro IV – In Napoli MDCCXCVI – troviamo che la coltivazione di gelsi per la seta a Verbicaro avveniva già nel 1796:

"VERBICARO: Terra nella provincia di Cosenza, ed in diocesi di Cassano, situata in una valle, d'aria temperata, e nella distanza di sei miglia in circa dal mare, e di cinquantadue da Cosenza, che si appartiene alla famiglia Cavalcanti con titolo di Marchesato. Sono da notarsi in questa Terra una Parrocchia sotto il titolo di San Domenico; ed una Confraternita Laicale sotto l'invocazione di San Giuseppe. Le produzioni del suo territorio sono grani, frutti, vini, oli, ghiande, gelsi per la seta, ed erbaggi per pascolo di armenti. La sua popolazione ascende a tremila duecento quarantotto sotto la cura spirituale di un Arciprete."

 

 

 

 

Il baco nel dialetto verbicarese veniva chiamato “sirichi” (ad indicare la provenienza dalla Siria).

Ai primi caldi primaverili, le famiglie che coltivavano il baco da seta trasformavano la propria casa e gli altri locali in un piccolo laboratorio, dove erano soprattutto le donne a prendersi cura del baco, seguendo tutte le varie tappe dell’allevamento: le mute, la costruzione del “bosco”, l’eliminazione dei bozzoli putridi, l’avvolgimento del filo negli aspi e per alcune anche la tessitura dei preziosi filati e la realizzazione dei capi di biancheria.

L'incubazione avveniva tra aprile e maggio. Le uova venivano tenute al caldo in un pezzo di stoffa per 10-15 giorni (le mettevano in seno). Appena queste iniziavano a dischiudersi, veniva messo nella stoffa un rametto di gelso bianco dove le piccole larve si arrampicavano. Una volta che le uova erano tutte dischiuse il rametto veniva messo in un giaciglio fatto di canne lavorate a mano (cannizza), realizzate in modo da consentire la migliore areazione possibile.

 

Per tre volte al giorno, fino alla 2^età, alle larve veniva data la foglia di gelso tagliata finemente, dalla 3^ in poi gli veniva data la foglia intera. Il cibo doveva essere assolutamente asciutto e bisognava pulire il giaciglio ogni giorno per evitare malattie al baco.

 

Le foglie non dovevano essere bagnate di pioggia o di rugiada, né avvizzite o ingiallite e andavano raccolte nello stesso giorno in cui andavano somministrate. Nei momenti di maggior consumo delle materie necessarie alla vita del baco, “non avanzava tempo neanche per dire le preghiere” e quando i bachi mangiavano, si sentiva un rumore paragonabile ad una forte pioggia battente. Molti si recavano a piedi nei paesi limitrofi per procurarsi le foglie di gelso.

 

Il baco si sviluppava attraverso quattro mute (cambi di pelle) prima della costruzione del bozzolo. Dopo 28 giorni i bachi diventavano lunghi 7-8 cm;

 

 

 

dopo la quarta muta smettevano di alimentarsi e iniziavano un movimento oscillante del capo. A questo punto veniva preparato un posto con i ramoscelli secchi di gelso (frasche, cunucchie) dove i bachi si arrampicavano per tessere il bozzolo (cucudd), dentro il quale si formava la crisalide. La costruzione durava 3-4 giorni, emettendo la bava (tissividi a sita). Per poter utilizzare la seta bisognava intervenire prima dell'uscita della farfalla dal bozzolo. Dopo 3-4 giorni il bruco si trasformava in crisalide e poi questa in farfalla.

 

 

 

 

 

 

Se la metamorfosi arrivava a termine e il baco si trasformava in falena, l'insetto adulto usciva dal bozzolo forandolo. La farfalla emette una secrezione rossiccia per sciogliere la sostanza gommosa che unisce i fili del bozzolo, divarica i fili e fuoriesce.

 

 

 

 

Nei successivi 5/6 giorni si accoppia e depone circa 500 uova e poi muore. E' bianca ed è incapace di volare. Le uova venivano conservate per l'anno successivo. Bisognava intervenire prima, sulla crisalide, per evitare che la secrezione rossastra emessa dalla farfalla macchiasse la seta. Quando il bozzolo risultava duro al tatto, era pronto da lavorare. Si procedeva alla “scunucchiatura: i bozzoli venivano tolti dalle "frasche" e veniva fatta una cernita: si eliminavano i bozzoli incompleti, macchiati o forati; venivano poi raccolti a gruppi (una certa quantità di bozzoli in rapporto al diametro del filo che si desiderava ottenere) e messi in una pentola con acqua bollente (cavudara) retta da un treppiedi (tripanu) con sotto i carboni ardenti e il fuoco, tenendoli in immersione per qualche minuto, per sciogliere la sericina e provocare lo scollamento delle bave. Con un mazzetto di rametti secchi di erica (ilica), Erica arborea o Erica scoparia, si batteva nell'acqua della pentola per eliminare le fibre esterne finchè non si trovava il capo della bava dei bozzoli; i fili di seta raccolti venivano fatti passare attraverso i buchi di un cucchiaio forato che veniva legato al manico della pentola. Questi fili venivano raccolti in un solo filo per formare il filo di seta che, una volta attorcigliato, veniva avvolto con un aspo di legno che serviva per tirare la seta e raccoglierla manualmente in matasse (matassari- pezzo di legno lungo quasi un metro con due pioli alle estremità) e poi con un arcolaio (ligatorna); la matassa poi veniva tolta dal legno e messa ad asciugare.

 

La seta ricavata dalla dipanatura dei bozzoli era la seta di prima scelta o seta tratta. Dopo la trattura era necessaria la sgommatura per rendere morbide le matasse, asciugate e rigide e per fare acquisire al filato la tipica colorazione e lucentezza serica. Ma prima di questo trattamento bisognava torcere il filato a un capo unico o a più capi perchè altrimenti durante la sgommatura le singole fibre si sarebbero scollate e si sarebbero aggrovigliate. La sgommatura consisteva nel far bollire le matasse di seta cruda in acqua con scaglie di sapone fatto in casa. L'ebollizione doveva essere lenta. Se si desiderava una seta poco morbida e lucente, si tenevano immerse per un quarto d'ora altrimenti se si voleva ottenere una seta morbida e di colore bianco splendente era necessario prolungare l'ebollizione. Dopo bisognava lavare le matasse per togliere definitivamente la sericina ed il sapone e infine si stendevano all'ombra e si lasciavano asciugare. Il filato ottenuto era di colore naturale e poco torto, idoneo per essere impiegato in trama, in maglieria, ecc... Altrimenti bisognava passare alla torcitura. Per la seta che andava tinta, la torcitura avveniva dopo.  La torcitura a mano veniva fatta con lo stesso fuso che si usava per la filatura solo che l'operazione veniva fatta non stando seduti ma in piedi e su un piedistallo (sedia, sgabello) oppure se veniva fatta fuori si stava sui pianerottoli, le scale, i balconi. Prima della torcitura i capi di più fili venivano raccolti insieme formando come una palla dipanando le matasse. Spesso venivano chiamati i ragazzini che dovevano reggere le matasse dalle quali si svolgevano i fili per formare i gomitoli (gghiommari). Dal gomitolo partiva il capo filo che veniva prima avvolto al fuso e avviava la torcitura vera e propria.

 

 

 

 

 

  La seta greggia ottenuta era pronta per essere tessuta al telaio o lavorata a mano con l'uncinetto. Si realizzavano copriletti rifiniti con bordi all'uncinetto.

 

 

Dai bozzoli si estraeva anche la seta a fibra corta (capisciola) che si generava per effetto della filatura dei cascami di seta; questi ultimi si ottenevano dai bozzoli difettosi, forati e doppi, dagli scarti di fibra ottenuta durante la trattura e dalla Spelaia, ossia i fili che avvolgono il bozzolo costituiti dalle prime bave emesse dal baco per ancorare il bozzolo al bosco (frasche). I bozzoli non dipanabili venivano macerati in acqua bollente per eliminare la sericina, poi lavati con getti d'acqua a pressione e poi messi ad asciugare. Infine venivano cardati sfilacciandoli per ottenere un materiale fibroso che unito alla Spelaia ed agli scarti di fibra ottenuti durante la trattura, costituivano una massa di fibra serica di lunghezza limitata che si poteva filare a mano. Per quest'ultima operazione si usava, come anche per la lana, il lino , il cotone, ecc..., il FUSO e la CONOCCHIA (La CONOCCHIA o ROCCA è un antico strumento che usato in coppia con il FUSO serviva per filare; è un bastone di legno con una gabbietta posizionata in alto nella quale si metteva l'ammasso di fibre da filare.  Se ne svolgeva un tratto di fibra alla cui estremità veniva fissato un fuso, cioè un'asta di legno, appesantito da una fusarola, un tondino forato che facendo da contrappeso dava al fuso un movimento rotatorio regolare). 

La seta ottenuta era di diverse qualità: la prima scelta in genere si vendeva, la seconda scelta si utilizzava per il corredo delle figlie e per fare coperte o lenzuola, la terza scelta infine veniva utilizzata per confezionare i capi di vestiario. 

I capi realizzati venivano cotti in acqua bollente e sapone per farli ammorbidire e poi venivano tinti o lasciati con il colore naturale. La colorazione dei tessuti veniva eseguita con materiali naturali cioè con infusi ottenuti principalmente da piante e fiori. Il rosso scarlatto si otteneva dalla radice della robbia, oppure dalle bacche di ricino; il marrone si ricavava dal mallo delle noci, il giallo dalla bollitura delle ginestre...

 

 

Chi non poteva o non voleva farlo aspettava l'arrivo dei cucuddari” che erano gli acquirenti di bozzoli che avrebbero provveduto a rivenderli alle tante filande che operavano in Calabria e che avrebbero provveduto a colorarle a piacimento. Alcuni gli vendevano anche la seta già pronta in matasse.

 

 

 

 

La storia della seta a Verbicaro, come in tutta la Calabria, è anche storia di presenza femminile: le donne, infatti, erano al centro di un vasto processo che incominciava con l'allevamento del baco e procedeva poi con le varie operazioni del ciclo di produzione, dalla trattura alla tessitura. Erano le donne che, organizzando parte del ciclo di produzione a domicilio, potevano continuare a svolgere le attività connesse alla cura e custodia della casa. Erano le donne infatti, che si occupavano di tutto ciò che era attinente alla vita domestica: curavano la casa e si occupavano dell'educazione dei figli, pensavano al rifornimento di acqua, facevano il pane, si occupavano di filatura e tessitura, erano addette alla raccolta di erbe selvatiche nei campi e di olive nelle campagne, andavano al fiume per lavare il bucato.

 

 

 

 

Nel secolo scorso in molte case c'era un telaio e le madri insegnavano alle figlie i segreti della filatura, della tessitura e del ricamo. Una tradizione tramandata in alcuni casi fino ai nostri giorni.

 

 

La produzione di bozzoli cominciò a diminuire nel periodo tra le due guerre mondiali fino a scomparire del tutto negli anni '50 a causa della produzione di fibre sintetiche e del cambiamento dell'organizzazione agricola.

Oggi rimangono i capi di biancheria, pezzi unici, tramandati nel tempo da madre a figlia, custoditi come un bene prezioso di famiglia, soprattutto da chi è a conoscenza del lavoro servito per la realizzazione, alcuni telai orizzontali in legno di faggio e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

 

Quando accordi la tua voce di sirena
al suono delle fila e di cannelli
sembri una bella maga che incatena
gli amanti con un fil de suoi capelli.
Tra quelle fila ahimè, l’anima mia
Al par della tua spola, or viene, or va,
e vi rimane presa nell’armonia.
di quel dolce tricche, tricche, tra…”

 

E’ Vincenzo Padula a parlare in questi versi (Il telajo), il quale ha esaltato il lavoro al telaio per la produzione della seta Calabrese. Paragonando la donna di Calabria ad una bella maga che intesse i fili a quel dolce suono dell’attrezzo, come fosse uno strumento musicale.

 

Il telaio ha una grande importanza non solo perché ha perpetuato le antiche tradizioni fino ai nostri giorni, ma anche perché costituiva un mezzo di comunicazione efficace. Già utilizzato dai Greci, grande, in legno di faggio, situato nel piano terra della casa, o più spesso in camera da letto il telaio svolgeva funzione di aggregazione: lì si riunivano le giovani donne per sognare il futuro e le anziane che ricordavano il passato.

L'arte tessile è collegata alle tradizioni popolari dove, a Verbicaro come in molti paesi della Calabria, l'arte del telaio veniva tramandata di madre in figlia, in particolare per la realizzazione dei corredi. Le giovani donne, fin da piccole, imparavano l'uso dell'arte del telaio.

Il telaio è lo strumento che più di tutti rappresenta l'identità storica collettiva del popolo calabrese che fece propria, oltre a quella della seta, anche la lavorazione di fibre meno pregiate come la ginestra, il lino, la lana.

 

Oggi siamo noi i custodi della memoria del nostro lontano passato e a noi va il compito di veicolare i valori autentici e puri che animavano quelle pratiche divenute parte importante della vita quotidiana di intere comunità. Oggi, nell'era della globalizzazione, è indispensabile ritrovare le nostre radici e acquisire la consapevolezza della nostra identità storico-culturale.

 

Verbicaro è ancora quel luogo in cui i figli fanno tesoro del sapere e della saggezza dei genitori affinché il tempo non possa cancellare ciò che di buono ed autentico il passato ha saputo regalarci. 

 

 

 

 

Un grazie di cuore a zia Eva e zia Esterina, due perle preziose di Verbicaro, che con il loro racconto ci hanno fatto rivivere un tempo ormai passato, un tempo in cui l'allevamento del baco da seta era una realtà in quasi tutte le case del paese.

Il racconto ha inizio e la mente fa un tuffo nel passato...le stesse cose ascoltate nei racconti da bambina...

  

La memoria dei nostri cari è un importante bene da valorizzare e tramandare alle nuove generazioni per presentare loro una cultura diversa dalla propria con la quale confrontarsi... 

 

Comune di VERBICARO VIA OROLOGIO 11 

Tel. 0985.6139 Fax 0985-6164 P.I. 00256290784

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