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Baco da seta

Dicembre 2018

 Il baco da seta

 

Un'aura di leggenda avvolge la scoperta della seta e la sua diffusione, dall'Estremo Oriente all'Europa. Secondo una leggenda cinese, un'Imperatrice notò dei bozzoli sui rami di alcuni alberi di gelso nei giardini imperiali, uno dei quali cadde accidentalmente nel suo tè. Quando tentò di recuperarlo, si accorse che esso si era allentato in un lungo filamento. Un'altra leggenda racconta di una principessa cinese che andata in sposa ad un principe indiano, aveva nascosto alcuni semi di gelso e le uova di baco da seta nel suo copricapo (o nei capelli), così nel suo nuovo paese, lei avrebbe potuto continuare a produrre la seta per i suoi vestiti. Altre leggende parlano dei monaci che portarono i segreti della seta a Bisanzio: due monaci orientali, inviati da Giustiniano in Cina per apprendervi i segreti dell’arte della seta, se ne ritornarono recando con sé, nascosti nei loro bastoni, alcuni bozzoli. È probabile che per la Calabria, fin dal lontano Medioevo, si sia aperta la lunga avventura dell’arte della seta, che avrebbe portato questa regione alla ribalta della notorietà internazionale. Lo sviluppo della gelsicoltura ebbe inizio con l’introduzione del gelso bianco da parte dei Bizantini che lo portarono in Calabria; prima di allora si conosceva solo il gelso nero poco adatto all’allevamento dei bachi. Le conoscenze seriche furono introdotte in Calabria dai Bizantini importandole dall'Oriente, per perfezionarsi poi con i Saraceni e trasformarsi nella nobile arte della Seta nel periodo Normanno e Svevo e questo grazie anche alla colonia ebraica. Leggi di più...

  

 

 

 L'ALLEVAMENTO DEL BACO DA SETA A VERBICARO

 

In passato a Verbicaro molte famiglie allevavano il baco da seta. Nel Dizionario geografico istorico-fisico del Regno di Napoli – scritto dall'abate Don Francesco Sacco – Libro IV – In Napoli MDCCXCVI – nel 1796 tra le produzioni a Verbicaro troviamo gelsi per la seta:

"VERBICARO: Terra nella provincia di Cosenza, ed in diocesi di Cassano, situata in una valle, d'aria temperata, e nella distanza di sei miglia in circa dal mare, e di cinquantadue da Cosenza, che si appartiene alla famiglia Cavalcanti con titolo di Marchesato. Sono da notarsi in questa Terra una Parrocchia sotto il titolo di San Domenico; ed una Confraternita Laicale sotto l'invocazione di San Giuseppe. Le produzioni del suo territorio sono grani, frutti, vini, oli, ghiande, gelsi per la seta, ed erbaggi per pascolo di armenti. La sua popolazione ascende a tremila duecento quarantotto sotto la cura spirituale di un Arciprete".

 

 

  

 

Il baco nel dialetto verbicarese veniva chiamato “sirichi”.

Ai primi caldi primaverili, le famiglie che coltivavano il baco da seta trasformavano la propria casa e gli altri locali in un piccolo laboratorio, dove erano soprattutto le donne a prendersi cura del baco, seguendo tutte le varie tappe dell’allevamento: le mute, la costruzione del “bosco”, l’eliminazione dei bozzoli putridi, l’avvolgimento del filo negli aspi e per alcune anche la tessitura dei preziosi filati e la realizzazione dei capi di biancheria. Molto spesso l'allevamento veniva fatto in casa, in modo che le donne potevano continuare a svolgere le faccende di casa. Il posto bisognava cercare di mantenerlo con una temperatura costante e in penombra; vi veniva acceso il fuoco.

L'incubazione avveniva tra aprile e maggio, quando le foglie sugli alberi di gelsi si erano formate. Le uova venivano tenute al caldo in un pezzo di stoffa per 10-15 giorni (le mettevano in seno). Appena queste iniziavano a dischiudersi, veniva messo nella stoffa un rametto di gelso bianco dove le piccole larve si arrampicavano. Una volta che le uova erano tutte dischiuse il rametto veniva messo in un giaciglio fatto di canne lavorate a mano (cannizza), realizzate in modo da consentire la migliore areazione possibile. 

 

Per tre volte al giorno, fino alla 2^età, alle larve veniva data la foglia di gelso tagliata finemente (i pampin' i cievizi), dalla 3^ in poi gli veniva data la foglia intera. Il cibo doveva essere assolutamente asciutto e bisognava pulire il giaciglio ogni giorno per evitare malattie al baco.

 

Le foglie non dovevano essere bagnate di pioggia o di rugiada, né avvizzite o ingiallite e andavano raccolte nello stesso giorno in cui andavano somministrate. Molti si recavano a piedi nei paesi limitrofi per procurarsi le foglie di gelso. Bisognava pulire continuamente il "giaciglio" per evitare malattie al baco. Nei momenti di maggior consumo delle materie necessarie alla vita del baco, “non avanzava tempo neanche per dire le preghiere” e quando i bachi mangiavano, si sentiva un rumore paragonabile ad una forte pioggia battente. 

 

Il baco si sviluppava attraverso quattro mute (cambi di pelle) prima della costruzione del bozzolo. La larva immobile, rinnovava il rivestimento dei vari tessuti per potersi ingrossare. Dopo 28 giorni i bachi diventavano lunghi 7-8 cm;

 

 

 

dopo la quarta muta smettevano di alimentarsi e iniziavano un movimento oscillante del capo. A questo punto veniva preparato un posto con i ramoscelli secchi di gelso (frasche, cunucchie) dove i bachi si arrampicavano per tessere il bozzolo (cucudd), dentro il quale si formava la crisalide. La costruzione durava 3-4 giorni, emettendo la bava (tissividi a sita). Per poter utilizzare la seta bisognava intervenire prima dell'uscita della farfalla dal bozzolo. Dopo 3-4 giorni il bruco si trasformava in crisalide e poi questa in farfalla.

 

 

 

 

 Se la metamorfosi arrivava a termine e il baco si trasformava in falena, l'insetto adulto usciva dal bozzolo forandolo. La farfalla emette una secrezione rossiccia per sciogliere la sostanza gommosa che unisce i fili del bozzolo, divarica i fili e fuoriesce.

 

 

 

 

Nei successivi 5/6 giorni si accoppia e depone circa 500 uova e poi muore. E' bianca ed è incapace di volare. Le uova venivano conservate per l'anno successivo. Bisognava intervenire prima, sulla crisalide, per evitare che la secrezione rossastra emessa dalla farfalla macchiasse la seta. Quando il bozzolo risultava duro al tatto, era pronto da lavorare. Si procedeva alla “scunucchiatura: i bozzoli venivano tolti dalle "frasche" e venivano ripuliti togliendo tutti i fili che li ancoravano ai rametti del bosco; poi veniva fatta una cernita. Si eliminavano i bozzoli incompleti, macchiati o forati; venivano poi raccolti a gruppi (una certa quantità di bozzoli in rapporto al diametro del filo che si desiderava ottenere) e messi in una pentola con acqua bollente (cavudara) retta da un treppiedi (tripanu) con sotto i carboni ardenti e il fuoco, tenendoli in immersione per qualche minuto, per sciogliere la sericina e provocare lo scollamento delle bave. Con un mazzetto di rametti secchi di erica (ilica), Erica arborea o Erica scoparia, si batteva nell'acqua della pentola per eliminare le fibre esterne finchè non si trovava il capo della bava dei bozzoli; i fili di seta raccolti venivano fatti passare attraverso i buchi di un cucchiaio forato che veniva legato al manico della pentola. Questi fili venivano raccolti in un solo filo per formare il filo di seta che, una volta attorcigliato, veniva avvolto con un arcolaio (ligatorna) e poi con un aspo di legno che serviva per tirare la seta e raccoglierla manualmente in matasse (matassari - pezzo di legno lungo quasi un metro con due pioli alle estremità)matassari; la matassa poi veniva tolta dal legno e messa ad asciugare. Bisognava togliere dall'acqua della pentola le crisalidi man mano che si dipanavano i bozzoli. 

 

La seta ricavata dalla dipanatura dei bozzoli era la seta di prima scelta o seta tratta. Dopo la trattura era necessaria la sgommatura per rendere morbide le matasse, asciugate e rigide e per fare acquisire al filato la tipica colorazione e lucentezza serica. Ma prima di questo trattamento bisognava torcere il filato a un capo unico o a più capi perchè altrimenti durante la sgommatura le singole fibre si sarebbero scollate e si sarebbero aggrovigliate. La sgommatura consisteva nel far bollire le matasse di seta cruda in acqua con scaglie di sapone fatto in casa. L'ebollizione doveva essere lenta. Se si desiderava una seta poco morbida e lucente, si tenevano immerse per un quarto d'ora altrimenti se si voleva ottenere una seta morbida e di colore bianco splendente era necessario prolungare l'ebollizione. Dopo bisognava lavare le matasse per togliere definitivamente la sericina ed il sapone e infine si stendevano all'ombra e si lasciavano asciugare. Il filato ottenuto era di colore naturale e poco torto, idoneo per essere impiegato in trama, in maglieria, ecc... Altrimenti bisognava passare alla torcitura. Per la seta che andava tinta, la torcitura avveniva dopo.  La torcitura a mano veniva fatta con lo stesso fuso che si usava per la filatura solo che l'operazione veniva fatta non stando seduti ma in piedi e su un piedistallo (sedia, sgabello) oppure se veniva fatta fuori si stava sui pianerottoli, le scale, i balconi. Prima della torcitura i capi di più fili venivano raccolti insieme formando come una palla dipanando le matasse. Spesso venivano chiamati i ragazzini che dovevano reggere le matasse dalle quali si svolgevano i fili per formare i gomitoli (gghiommari). Dal gomitolo partiva il capo filo che veniva prima avvolto al fuso e avviava la torcitura vera e propria.

 

 

  

  

  La seta greggia ottenuta era pronta per essere tessuta al telaio o lavorata a mano con l'uncinetto. Si realizzavano copriletti rifiniti con bordi all'uncinetto.

 

Dai bozzoli si estraeva anche la seta a fibra corta (capisciola) che si generava per effetto della filatura dei cascami di seta; questi ultimi si ottenevano dai bozzoli difettosi, forati e doppi, dagli scarti di fibra ottenuta durante la trattura (operazione che permette di ottenere il filo di seta dal dipanamento dei bozzoli) e dalla Spelaia (vammacia), ossia i fili che avvolgono il bozzolo costituiti dalle prime bave emesse dal baco per ancorare il bozzolo al bosco (frasche). I bozzoli non dipanabili venivano macerati in acqua bollente per eliminare la sericina, poi lavati  e messi ad asciugare. Infine venivano cardati sfilacciandoli per ottenere un materiale fibroso che unito alla Spelaia ed agli scarti di fibra ottenuti durante la trattura, costituivano una massa di fibra serica di lunghezza limitata che si poteva filare a mano. Per quest'ultima operazione si usava, come anche per la lana, il lino, il cotone, ecc..., il FUSO e la CONOCCHIA, due rudimentali e semplici attrezzi che nelle mani di persone esperte davano origine a filati particolari. 

CONOCCHIA (La CONOCCHIA o ROCCA è un antico strumento che usato in coppia con il FUSO serviva per filare; è un bastone di legno con una gabbietta, fatta con le canne, posizionata in alto nella quale si metteva l'ammasso di fibre da filare, che la filatrice tratteneva fermo inserendolo tra il busto e l'interno del braccio.  Si svolgeva un tratto di fibra alla cui estremità veniva fissato un fuso, cioè un'asta di legno, appesantito da una fusarola (frutticieddi), un tondino forato che facendo da contrappeso dava al fuso un movimento rotatorio regolare). Foto Gerhard Rohlfs

La rotazione del FUSO, impressa con le dita, produceva la torcitura della fibra estratta dalla rocca e quindi la trasformazione in filo; una volta ritorto un primo tratto di filo, lo si avvolgeva sul fuso e si ricominciava l'operazione con un nuovo tratto di fibra. La filatrice usava la mano destra per mettere in rotazione il fuso e la sinistra per alimentare il filo tirando le fibre dalla rocca.

La seta ottenuta era di diverse qualità: la prima scelta in genere si vendeva, la seconda scelta si utilizzava per il corredo delle figlie e per fare coperte o lenzuola, la terza scelta infine veniva utilizzata per confezionare i capi di vestiario. 

I capi realizzati venivano cotti in acqua bollente e sapone per farli ammorbidire e poi venivano tinti o lasciati con il colore naturale. La colorazione dei tessuti veniva eseguita con materiali naturali cioè con infusi ottenuti principalmente da piante e fiori. Il rosso scarlatto si otteneva dalla radice della robbia, oppure dalle bacche di ricino; il marrone si ricavava dal mallo delle noci, il giallo dalla bollitura dei fiori delle ginestre...

 

Chi non poteva o non voleva lavorare la seta aspettava l'arrivo dei cucuddari” che erano gli acquirenti di bozzoli che avrebbero provveduto a rivenderli alle tante filande che operavano in Calabria e che avrebbero provveduto a colorarle a piacimento. Infatti, alcuni acquistavano anche la seta già pronta in matasse.

  

 

 

Gerhard Rohlfs - Verbicaro 1930

 

Anticamente l'arcolaio (ligatorna serviva anche per raccogliere il filo con un incannatoio manuale (dd'incituvu = u fierri pi nkannà- vedi foto Rohlfs) che veniva tenuto in grembo e consisteva in un'asta che veniva fatta girare a mano e la cui estremità inferiore poggiava sopra un pezzo di legno scavato.

Questo era un sistema molto faticoso di "incannare" (avvolgere il filo sui cannelli - canniedd' - per tessere). In seguito, insieme all'arcolaio (ligatorna) veniva usato l'incannatoio a manovella o a pedale (u ncannalaturi) per trasferire il filato dall'arcolaio alle spole per l'orditura.

Era costituito da una grande ruota di legno che veniva azionata a mano o a pedale per "incannare" il filo attorno alla spoletta di canna (a kanna) della navetta e alle spolette più grandi (cannieddi) dove veniva avvolto il filo, che serviva a predisporre l'ordito.

Appunti Rholfs 1930

 

 La storia della seta a Verbicaro, come in tutta la Calabria, è anche storia di presenza femminile: le donne, infatti, erano al centro di un vasto processo che incominciava con l'allevamento del baco e procedeva poi con le varie operazioni del ciclo di produzione, dalla trattura alla tessitura. Erano le donne che, organizzando parte del ciclo di produzione a domicilio, potevano continuare a svolgere le attività connesse alla cura e custodia della casa; erano loro infatti, che si occupavano di tutto ciò che era attinente alla vita domestica: curavano la casa e si occupavano dell'educazione dei figli, pensavano al rifornimento di acqua, facevano il pane, si occupavano di filatura e tessitura, erano addette alla raccolta di erbe selvatiche nei campi e di olive nelle campagne, andavano al fiume per lavare il bucato.

 

  

 

 

Nel secolo scorso in molte case c'era un telaio e le madri insegnavano alle figlie i segreti della filatura, della tessitura e del ricamo. Una tradizione tramandata in alcuni casi fino ai nostri giorni.

  La produzione di bozzoli cominciò a diminuire nel periodo tra le due guerre mondiali fino a scomparire del tutto negli anni '50 a causa della produzione di fibre sintetiche e del cambiamento dell'organizzazione agricola.

Oggi rimangono i capi di biancheria, pezzi unici, tramandati nel tempo da madre a figlia, custoditi come un bene prezioso di famiglia, soprattutto da chi è a conoscenza del lavoro servito per la realizzazione, alcuni telai orizzontali in legno di faggio e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

 

 

 Quando accordi la tua voce di sirena
al suono delle fila e di cannelli
sembri una bella maga che incatena
gli amanti con un fil de suoi capelli.
Tra quelle fila ahimè, l’anima mia
Al par della tua spola, or viene, or va,
e vi rimane presa nell’armonia.
di quel dolce tricche, tricche, tra…”

 

E’ Vincenzo Padula a parlare in questi versi (Il telajo), il quale ha esaltato il lavoro al telaio per la produzione della seta Calabrese. Paragonando la donna di Calabria ad una bella maga che intesse i fili a quel dolce suono dell’attrezzo, come fosse uno strumento musicale.

 

Il telaio ha una grande importanza non solo perché ha perpetuato le antiche tradizioni fino ai nostri giorni, ma anche perché costituiva un mezzo di comunicazione efficace. Già utilizzato dai Greci, grande, in legno di faggio, situato nel piano terra della casa, o più spesso in camera da letto il telaio svolgeva funzione di aggregazione: lì si riunivano le giovani donne per sognare il futuro e le anziane che ricordavano il passato.

L'arte tessile è collegata alle tradizioni popolari dove, a Verbicaro come in molti paesi della Calabria, l'arte del telaio veniva tramandata di madre in figlia, in particolare per la realizzazione dei corredi. Le giovani donne, fin da piccole, imparavano l'uso di quest'arte.

 

Il telaio è lo strumento che più di tutti rappresenta l'identità storica collettiva del popolo calabrese che fece propria, oltre a quella della seta, anche la lavorazione di fibre meno pregiate come la ginestra (leggi di piu'), il lino, la lana.

 

Oggi siamo noi i custodi della memoria del nostro lontano passato e a noi va il compito di veicolare i valori autentici e puri che animavano quelle pratiche divenute parte importante della vita quotidiana di intere comunità. Oggi, nell'era della globalizzazione, è indispensabile ritrovare le nostre radici e acquisire la consapevolezza della nostra identità storico-culturale.

 

Verbicaro è ancora quel luogo in cui i figli fanno tesoro del sapere e della saggezza dei genitori affinché il tempo non possa cancellare ciò che di buono ed autentico il passato ha saputo regalarci.

 

 

 

 

 

Un grazie di cuore a zia Eva e zia Esterina, due perle preziose di Verbicaro, che con il loro racconto ci hanno fatto rivivere un tempo ormai passato, un tempo in cui l'allevamento del baco da seta era una realtà in quasi tutte le case del paese. Una storia fatta di creatività, quella creatività che un tempo ci apparteneva...

Il racconto ha inizio e la mente fa un tuffo nel passato...le stesse cose ascoltate nei racconti da bambina...

 

 

 

La memoria dei nostri cari è un importante bene da valorizzare e tramandare alle nuove generazioni per presentare loro una cultura diversa dalla propria con la quale confrontarsi.

 

                                                                                                                                                                 Graziella Germano

 

Fonti:

- Torrano Esterina e Torrano Eva - Verbicaro - Racconti orali - Intervista con registrazioni in data 5 novembre, 10 dicembre 2018 e 23 gennaio 2019;

- Dizionario geografico istorico-fisico del Regno di Napoli – scritto dall'Abate Francesco Sacco – Libro IV – In Napoli MDCCXCVI

- Gerhard Rholfs Verbicaro 1930 – Appunti;

- Luigi Alfonso Casella e la sericoltura calabrese tra Otto e Novecento – di Angelina Marcelli;

 

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